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 Turismo Rurale Sicilia

Vacanza rurale: la vera anima della Sicilia

Natura incontaminata, sana attività fisica, genuini sapori di montagna. 
Per le tue vacanze in Sicilia scegli di vivere un’esperienza unica: prova il turismo rurale della montagna.
Un’esperienza rurale in Sicilia significa:

  • ricevere un’accoglienza calda e familiare in ogni struttura della Sicilia

  • conoscere e vivere la natura incontaminata della Sicilia

  • assaporare la vita della genuinità dei prodotti caseari locali

  • cimentarsi in un’esperienza unica in alpeggio grazie alla nostra iniziativa “adotta una mucca”: un’attività in fattoria didattica legata a progetti di beneficenza per bambini

  • gustare la tradizione culinaria del luogo, lungo gli itinerari enogastronomici della Sicilia, alla scoperta dei prodotti con presidio Slow Food

  • conoscere e provare di persona alcuni degli antichi mestieri locali

  • vivere un turismo sostenibile che riscopre e salvaguardia i tesori naturali, artistici e culturali della Sicilia

  • avere a disposizione una palestra a cielo aperto con itinerari trekking, percorsi mtb, campi da golf, laghi di montagna e altri meravigliosi contesti per gli amanti delle avventure outdoor

Conoscere la Sicilia passando dalla cucina, ecco il modo migliore per completare un soggiorno  nella nostra isola e nella provincia di Trapani, la patria del cannolo e del cous cous. Rocche Draele è anche ristorante con cucina tipica siciliana, specializzato nella preparazione di pietanze a base di prodotti locali e dei prodotti della nostra azienda (pane, pasta, olio, vegetali ed ortaggi di stagione).

La pizzeria con forno a legna propone pizze di ottima qualità e grande assortimento, dal famoso “pani cunzato” al “panino all’uffuciale” e la tipica pizza trapanese, la “rianata”.

I pasti vengono serviti all’interno delle verande panoramiche, da dove si può godere di una splendida vista sul mare e sulle isole Egadi (Favignana, Levanzo e Marettimo). Le due ampie sale da pranzo si prestano anche ai cosiddetti passaggi lunch e banchetti. 

Con il turismo rurale in sicilia è necessario aggiungere come, all'interno di quest'offerta turistica, si collochino una diversità di pratiche quali l'escursionismo, il trekking a cavallo, l'agriturismo, il folklore, l'enogastronomia, il turismo culturale, il safari fotografico, ecc. Il loro denominatore comune risiede nel fatto che sono localizzate nel verde, in luoghi cioè dove l'antropizzazione è rimasta a livelli molto bassi ed elementari.

Quest'indicazione introduce implicitamente un altro importante fattore, legato proprio a quel concetto di soft prima richiamato, che è poi quello che andrebbe conservato e tutelato l'ecosistema tipico e naturale dei luoghi, evitando interventi ed infrastrutture che ne alterino le caratteristiche di naturalità. Non è, questo, un aspetto facile da affrontare, proprio perché difesa della naturalità dell'ambiente e valorizzazione turistica dei luoghi sono concetti non facilmente omologabili. Partendo da queste premesse, con cui si è cercato di individuarne contenuti e contorni, rimane ancora da valutare come quest'offerta turistica possa trovar posto nel processo di riscatto sociale e di rinascita economica delle piccole comunità rurali dell'isola. O, ancor più chiaramente, di individuare il ruolo (ed il peso) che in una programmazione turistica intelligente andrebbe assegnato a quest'offerta turistica.

Che, per la verità, potrebbe svolgere una funzione "complementare" a quella della tradizionale offerta costiero-balneare, per l'accrescimento delle attrattive e per integrarsi meglio con l'ambiente locale. Vi sono molti motivi per ritenere che il turismo rurale non possa aspirare ad essere "alternativo" a quello oggi affermato nell'isola, anche facendo riferimento ai noti limiti di stagionalità. Non vi è dubbio alcuno, infatti, come, sul mercato della domanda, le due offerte abbiano se non proprio un differente appeal, certamente una diversa valenza competitiva con altri luoghi extraisolani. C'è dunque, in questa constatazione, un sostanziale differenza quantitativa (oggi il turismo balneare vale non meno di 20-22 milioni di presenze/anno), anche se non si può negare l'importanza di un effetto-traino che la vacanza costiero-balneare in Sicilia possa dare ad un soggiorno nel verde della campagna, allo scoperta, ad esempio, della civiltà nuragica o di antiche tradizioni contadine. Proprio questa funzione di complementarietà aggiunge l'esigenza di un affinamento delle capacità organizzative di un'offerta che, per avere maggiore forza competitiva, dovrebbe strutturarsi come una "rete". Cioè creando una "circolarità" di visite e di soggiorni, poggiante su standard ottimali d'accoglienza e di ricettività per i turisti. Ed è proprio da questo che è nata una delle osservazioni del dottor Mundula, quella dell'assoluta modestia delle strutture ricettive disponibili nelle zone interne e rurali dell'isola. Non è neppure ben chiaro, per dar retta alle idee che sostengono le diverse proposte, quale tipo di "prodotto" turistico si intenderebbe immettere sul mercato. Non è facile neppure comprendere se si punti ad un turismo di fascia medio-alta (come quello dei vacanzieri che abitualmente scelgono la Sardegna) o, invece, di fascia più popolare (certamente meno suscettibile ai richiami di tipo culturale). Né sembrerebbero disponibili valutazioni sulle possibili provenienze dei flussi (dall'esterno o dall'interno dell'isola) e neppure stime sulle quantità possibili o probabili dei visitatori-turisti. Si è sostenuto che ci sia stata, forse, una supervalutazione affettiva dei propri luoghi (Michelangelo Pira sosteneva come per gli orunesi od i bittesi il campanile del proprio paese fosse il più alto e bello del mondo!), tanto da far ritenere che le attrattive ambientali di alcuni luoghi dell'isola potessero sopravanzare le conclamate bellezze delle campagne senesi od umbre, o che il fascino dei retabli delle nostre chiese potesse competere con il richiamo della cappella degli Scrovegni o delle basiliche d'Assisi. Pur non sottovalutando l'originalità e le ricchezze dell'ambiente rurale isolano, c'è da tener presente come la definizione di un valido "prodotto" turistico sia un passaggio complesso e non eludibile. Anche lo stesso turismo culturale, di cui tanto si parla, e che mostra indubbie potenzialità d'affermazione, andrebbe meglio organizzato e illustrato, proprio per facilitarne la comprensione. Un "viaggio" ad esempio dentro la civiltà nuragica o lungo gli approdi dei fenici esalterebbe certamente quella circolarità di rete di cui s'è detto, ed offrirebbe ai turisti un prodotto turistico meglio apprezzabile e consumabile. Quest'affermazione potrebbe apparire anche irriguardosa o blasfema, ma occorre prendere atto, con intelligenza, che il turismo intellettuale alla Stendhal o quello aristocratico alla lord Hambury non possono rappresentare, nel mondo del terzo millennio, delle attività economicamente sostenibili. Il turismo rurale come prodotto "di nicchia" Questi indirizzi culturali ed élitari, pur indubbiamente suggestivi, rischierebbero peraltro di costruire un'offerta ancor più "di nicchia", il che - per i cultori dei principï del marketing - significherebbe puntare su numeri di visitatori-turisti ancor più piccoli. Non andrebbe neppure sottovalutato il fatto che quei contenuti decisamente élitari potrebbero apparire incompatibili o disomogenei con le vocazioni naturali e tradizionali delle comunità locali. Tanto da creare un'inconciliabilità sostanziale tra i due mondi o, per dirla con parole più semplici, un disinteresse (che è un misto di incredulità, inconsapevolezza, diffidenza, ecc.) dell'ambiente rurale locale alle iniziative ed alle esigenze di quel tipo di turismo. Alcune esperienze, anche sarde, offrono tangibili riscontri a queste osservazioni. Credo che, proprio per questo (per sfuggire cioè alle suggestioni c.d. intelligenti ed alle supervalutazioni luogocentriche) sia necessario affrontare un problema di fondo. Per verificare come ed in che modo l'evoluzione in chiave turistica possa riuscire a salvaguardare l'economia sociale dei luoghi rurali dell'isola. Si tratterebbe cioè di individuare le modalità necessarie per affrontare il declino delle attività agricole tradizionali, su cui ha poggiato per secoli la civiltà rurale, innestandola e rivitalizzandola con nuove attività ambientalmente compatibili e comunitariamente condivise. Il turismo dell'ambiente in versione "generalista" ne potrebbe essere la soluzione. Gli esperti dicono che questo prodotto, per essere vincente sui mercati, deve essere eterogeneo, deve cioè contenere una pluralità di suggestioni e di attrattive, partendo - ad esempio - dalle tipicità gastronomiche, dalle escursioni, dalle visite ai siti archeologici, dall'illustrazione delle tradizioni locali e da quant'altro può fare attrattiva. Proprio perché la suggestione principale che hanno gli ambienti rurali nei confronti dei turisti risiede principalmente in quello che i ricercatori del Censis hanno chiamato "il culto del naturale". Un culto che va dalla ricerca dei prodotti genuini e biologici fino alla riscoperta delle tradizioni e delle modalità di vita dei propri avi. Si potrebbe convenire con quanti sostengono che la rivalutazione del fascino della campagna, ed il desiderio di ritornarvi, rappresenti e segnali l'appartenenza anche della nostra gente al consesso della modernità. Ora, perché questo possa avvenire in maniera proficua e profittevole, andrebbero individuati i possibili legami sinergici da stabilire tra attività agricole ed attività turistiche, nel rispetto di una reciproca convivenza. Per favorire un ritorno alla campagna, alla civiltà del villaggio, deve predisporsi un percorso che scorra in un alveo organizzato e confortevole. Così l'abitare, il mangiare, il divertirsi, lo stesso vivere all'interno della comunità rurale deve far parte di un progetto d'accoglienza e d'ospitalità razionalmente concepito. Nell'ambito di questo obiettivo sarebbe necessario partire da alcune osservazioni "storiche", su come l'immaginario collettivo dei sardi abbia sempre percepito le due realtà in gioco: l'agricoltura e la campagna. Sinergie possibili tra attività agricole e turismo Partiamo dall'agricoltura. Storicamente il prodotto agricolo (dei campi o dell'allevamento) è stato visto come un qualcosa destinato al sostentamento alimentare della famiglia del coltivatore (autoconsumo), mentre le eccedenze erano per lo più destinate ad alimentare un'economia di "baratti" (grano contro formaggio, olio contro fave, ecc.). Gli stessi circuiti di questo elementare
mercato erano legati al proprio paese, in quanto l'approvvigionamento alimentare veniva ricercato entro un raggio di pochi chilometri. Si trattava quindi di piccole produzioni, ma molto variate, in quanto ciascun agricoltore cercava di produrre quanto necessario all'alimentazione della propria famiglia (grano, fave, formaggio, ortaggi, vino, frutta, olio, ecc.). Un'agricoltura quindi non a misura del mercato, ma dei bisogni della propria mensa. Pertanto, quel che era stato un elemento fisiologico di estrema debolezza dell'agricoltura (l'autosufficienza alimentare della famiglia contadina), potrebbe divenire il punto di partenza per una strategia d'interventi capace di tramutarlo in un punto di forza. Le ricette di quella cucina fatta con i prodotti della propria terra e del proprio gregge (che poteva apparire povera per i suoi componenti, ma che era soprattutto autentica e genuina) possono essere ritenute oggi uno straordinario plus di attrattive per richiamare i visitatori. Proseguiamo con l'altro fattore in gioco: la campagna. Per gran parte del secolo scorso, e principalmente per la prima metà, la popolazione turistica rurale era costituita da inurbati od emigrati che tornavano in paese per le ferie o in vacanza, riproducendo peraltro in larga misura gli stessi comportamenti dei residenti. Ha scritto un grande giornalista come Indro Montanelli che nel gene di ogni sardo c'è il marchio di un avo pastore o contadino, per cui la civiltà del villaggio è parte integrante delle radici di tutti (anche del milione di sardi che si sono fatti cittadini). Nella stessa memoria di chi scrive c'è infatti il ricordo delle vacanze nella vecchia casa dei nonni, e dei riti che ne costituivano la suggestione ed il richiamo: la mungitura, la vendemmia, la semina, la marchiatura e la tosatura, ecc. Pertanto, vi è una predisposizione ambientale nel riprodurre situazioni e comportamenti che, in questo rilancio del ritorno al "piccolo mondo antico" delle campagne, potrebbe risultare vincente. Così come individuati, questi aspetti possono far da guida alla definizione di un prodotto che costituisca e rappresenti l'offerta di questo ecoturismo rispettoso delle tradizioni isolane. Gli studiosi di scuola anglosassone affermano che questa tipologia di vacanze ha come soggetto la back region, cioè l'interiorità del luogo, ben diversamente dal turismo più classico, come quello balneare, che risulta come una sovrapposizione esterna ai luoghi (la front region). Si tratterebbe quindi di realizzare un prodotto che sia: interno all'ecosistema ed all'habitat locali, condiviso e gestito dalla comunità locale, indirizzato alla valorizzazione dei prodotti alimentari locali, • coordinato con le diverse attrattive presenti nel territorio, inserito all'interno della vita stessa del luogo. Questi requisiti possono essere utilizzati per costruire un'offerta di quel "turismo sostenibile", che i sociologi di Oxford indicano essere quello che riesce a mantenersi nel tempo, favorendo l'occupazione e la qualità della vita locali e soddisfacendo i visitatori senza "consumare" le risorse e le attrazioni che rimangono tali anche nel futuro. Può essere questa una prima regola per il turismo rurale nell'isola. Vi è peraltro, come altro fattore determinante, quello dell'organizzazione di un'offerta così strutturata. Ed ancora, ma non un second best, l'individuazione dei numeri su cui le attività turistiche possano trovare il necessario equilibrio economico. Per le esperienze attuali, crediamo sia questo l'aspetto più delicato del problema. Finora sembrerebbe che le diverse iniziative si siano limitate a realizzare una serie di pre-condizioni per il richiamo e l'accoglienza dei flussi turistici. Le amministrazioni comunali hanno infatti aperto musei d'ogni tipo, recuperato e restaurato case ed edifici storici, rilanciato tradizioni e occasioni d'incontro. Ma, sostengono taluni critici, non avrebbero posto altrettanta attenzione nell'individuare le capacità attrazionali di quei richiami. Né si è pensato di realizzare, oltre ai pavimenti ed ai serramenti, anche un efficiente sistema di promozione e di accoglienza. oltre ad individuare efficienti luoghi di
ricettività. Per cui ancor oggi gli indubbi punti di forza di quelle aree paiono annullati da preoccupanti punti di debolezza.

Non lasciarti sfuggire un’esperienza di vero agriturismo Siciliano.

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