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Leggenda I giganti Ursini e il paladino Uzeta, leggenda La patetica storia di Gammazita, leggenda Il terremoto del 1693, leggenda Il cavallo del vescovo di Catania,  

L'Elefante

Un’antica leggenda è riportata l’origine dell’elefante di Catania, che dal 1239 è il simbolo ufficiale della città. Questa leggenda racconta che quando Catania fu per la prima volta abitata, tutti gli animali feroci e pericolosi furono messi in fuga da un elefante, al quale i catanesi, in segno di ringraziamento, eressero una statua, da loro chiamata con il nome popolare di liotru, che è una correzione dialettale del nome di Elidoro, un dotto catanese dell’VIII secolo, che fu fatto bruciare vivo nel 778 dal vescovo di Catania san Leone II il Taumaturgo, perché Elidoro, non essendo riuscito a diventare vescovo della città, disturbava le funzioni sacre con varie magie, tra cui quella di far camminare l’elefante di pietra.

Diverse ipotesi sono state fatte dagli studiosi per spiegare l’origine e il significato della statua di pietra, che oggi troneggia in Piazza Duomo, nella sistemazione datale dal Vaccarini nel 1736.

Di queste ipotesi due meritano un cenno: la prima è quella dello storico Pietro Carrera da Militello (1571-1647), che nel suo libro Memorie Historiche della città di Catania, lo spiegò come simbolo di una vittoria militare riportata dai catanesi sui libici; ipotesi che ha generato il telone del teatro Bellini di Catania, perché il pittore Sciuti nel 1890, per l’inaugurazione del teatro, vi raffigurò proprio questa immaginaria vittoria dei catanesi sui libici.

L’ipotesi più attendibile è però quella espressa dal geografo arabo Idrisi nel XII secolo :secondo Idrisi, l’elefante di Catania è una statua magica, costruito in epoca bizantina, proprio per tenere lontano da Catania le offese dell’Etna; questa sembra la migliore spiegazione che si possa dare sul simpatico pachiderma, cui i catanesi sono legatissimi, tanto da minacciare una sommossa popolare, quando nel 1862 si ventilò la proposta di trasferire u liotru dalla Piazza Duomo alla periferica piazza Palestro.

I giganti Ursini e il paladino Uzeta
Il piu’ insigne monumento medievale di Catania e’ il poderoso castello Ursino, fatto costruire dall’imperatore Federico II di Svevia dal 1239 al 1250, nello stesso luogo dove sorgeva un castello che dominava il porto ed il golfo di Catania, che latinamente si denominava castrum sinus, cioe’<<castello del golfo>>, da cui per corruzione si ebbe<<castello Ursino>>.
Per spiegare la denominazione di <<Ursino>>, la fantasia popolare ha immaginato l’esistenza di giganti saraceni, chiamati appunto (e non si sa perche’) Ursini, che il conte normanno Ruggero avrebbe sconfitto nell’XI secolo, impadronendosi del loro castello sulla spiaggia di Catania.
Questa leggenda non ha alcun fondamento storico; come anche l’altra relativa sempre ai giganti Ursini che vengono sconfitti e uccisi dal paladino Uzeta ( che storicamente, nonostante la somiglianza del nome non ha nulla da spartire con il vicere’ spagnolo Uzeda, che nel 1693 volle la ricostruzione di Catania, e a cui e’ dedicata una porta della citta’).
La leggenda di Uzeta, paladino dalla nera armatura rossocrociata, sebbene sia stato eternato nel bronzo di uno degli artistici candelabri di piazza Universita’, e’ parto della fantasia di un giornalista catanese dei primi del novecento, Giuseppe Malfa, che lo immagino’ figlio di povera gente, divenuto cavaliere per il suo valore; e come in tutte le favole belle, egli uccide i suoi nemici, tra cui i giganti Ursini, e finisce per sposare la figlia del re.
Anche nell’opera dei pupi catanesi e’ presente il paladino Uzeta. 

La patetica storia di Gammazita
Alla <<mala signoria>> degli Angioini di Sicilia (1270-1282) e’ da riferire la patetica storia della giovinetta catanesedi cui la leggenda ci tramanda lo strano nome, Gammazita, evidentemente derivato dalle due lettere dell’alfabeto greco, gamma e zeta, alle quali finora non si e’ saputo trovare una soddisfacente spiegazione.
Il racconto popolare dice che la giovinetta preferi’ gettarsi in un pozzo (pozzo di Gammazita) forse nel cortile dei Vela, verso il 1280, anziche’ cedere alle voglie di un soldataccio francese che la insidiava.
E’ evidente il collegamento con la realta’ storica, non soltanto per il riferimento alle angherie compiute dai dominatori francesi sugli oppressi siciliani,che provocarono quello splendido episodio di ira popolare che fu il Vespro siciliano del 30 marzo 1282,ma anche il tentativo di spiegare come macchie di sangue di Gammazita, i depositi ferruginosi lasciati da una sorgente minerale che scaturiva a Catania tra le lave di via San Calogero e da tempo disseccata.

Il terremoto del 1693

La Catania del Seicento subi’parecchie dolorose sventure; tra esse, particolarmente gravi furono l’eruzione lavica del1669 e soprattutto il catastrofico terremoto dell’11 gennaio 1693, che praticamente distrusse la citta’.
A questo spaventoso cataclisma sono legate due leggende catanesi, quella di <<don Arcaloro >>, e quella del vescovo Carafa.
La prima di queste due leggende narra che nella mattinata del 10 gennaio 1693 si presento’ al palazzo delbarone catanese don Arcaloro Scammacca una nota e temibile fattucchiera locale, e con la sua vociaccia a donArcaloro che si affacciasse subito,perche’ gli doveva dire una cosa di somma urgenza e di grandissima importanza:neandava di mezzo la vita!
I servi non volevano lasciarla passare, ma don Arcaloro, conoscendo il tipo, ordino’ che la facessero salire.
La vecchia strega allora confido’ al barone che quella notte aveva sognato sant’Agata, la quale supplicava il Signore di salvare la sua citta’ dal terremoto.
Ma il Signore aveva rifiutato di concedere la grazia, a causa dei gravi peccati commessi dai catanesi; ed aggiunse la tremenda profezia <<Don Arcaloru, don Arcaloru, dumani. A vintin’ura, a Catania s’abballa senza sonu>>.
L’accorto barone capi’ subito quale <<ballo senza musica>> avrebbe ballato Catania il giorno dopo; e dopo aver ricompensato lautamente la vecchia fattucchiera, si rifugio in aperta campagna, dove attese l’ora fatale : e puntualmente, all’ora indicata dalla strega, il terremoto si verifico’ con tutte le sue catastrofiche conseguenze.
La seconda leggenda relativa al terremoto del 1693 e’ quella che riguarda il vescovo Francesco Carafa, che resse la diocesi di Catania dal 1687 al 1692.
La leggenda dice che questo buon vescovo, mediante le sue fervorose preghiere, era riuscito per ben due volte a tenere lontano dalla sua amata citta’ il flagello del terremoto.
Ma nel 1692 egli mori’, e l’anno appresso, venute meno le sue preghiere ,Catania rovino’.

Il cavallo del vescovo di Catania
Racconta questa leggenda che il crudele imperatore svevo Enrico VI, che regno’ in Sicilia dal 1194 al 1197, impose in Sicilia vescovi e dignitari a lui fedeli, e suoi degni rappresentanti anche quanto a ferocia.
Uno di questi crudeli funzionari imperiali era il vescovo di Catania, il quale una volta affido’ il suo cavallo piu’ bello auno scudiero e a due palafrenieri, per portarlo a passeggio sulle balze dell’etna.
Il cavallo a un certo punto, si imbizzarrì, e comincio a correre verso la cima del vulcano; soltanto lo scudiero lo seguì, perche’ i due palafrenieri, stanchi della corsa, preferirono ritornare a Catania .
Il crudele vescovo svevo li fece immediatamente decapitare.
Lo scudiero seguì il cavallo del vescovo fin sulla vetta dell’Etna; ma, arrivato sull’orlo del cratere centrale, il cavallo
diede un balzo, e vi sparì dentro.
Il povero scudiero si mise a piangere, non vedendo piu’ il suo bel cavallo, e pensando a quale sorte lo aspettava se fosse tornato a mani vuote dal suo inesorabile signore; quando improvvisamente vide accanto a se’ un vecchio, dalla solenne barba bianca, che gli disse: <<Io so perche’ tu piangi; vieni con me, e ti mostrero’ dov’e’ il cavallo del vescovo di Catania>>.
E, rinfrancatolo e presolo per mano, lo condusse per un passaggio misterioso, attraverso il fumo del vulcano, dentro una sala meravigliosa, piena di cristalli e di lampadari scintillanti, dove c’era un trono tutto d’oro, e sul trono c’era re Artu’ (che secondo una leggenda inglese vive ancora sull’Etna).
Il re gli disse che sapeva tutto di lui e del crudele vescovo di Catania, e gli mostro’, in fondo alla sala, il cavallo che egli cercava, ed aggiunse:<<Torna dal tuo vescovo, e digli che sei stato alla corte di re Artu’; e digli anche che la sua crudelta’ e la sua prepotenza, in cui egli e’ degno rappresentante del suo imperatore Enrico VI, hanno stancato persino la pazienza di Dio, che presto lo punirà per mio mezzo; e digli infine che se vuole cavallo, deve venire a riprenderselo lui stesso, salendo a piedi fin qui ; ma se non verra’ entro quattordici giorni, al quindicesimo giorno egli morira’>>.
E detto questo lo congedo’, dopo avergli regalato un ricco mantello e una borsa piena di denari.
Lo scudiero, improvvisamente, si ritrovo’ sull’orlo del cratere, e avrebbe veramente creduto di aver sognato, se non avesse avuto il ricco mantello sulle spalle, e la borsa piena di denari nelle mani. Ritorno’ a Catania, ma il crudele vescovo non gli credette, anzi sostenne che lo scudiero aveva venduto il cavallo, e che i doni di re Artu’ erano tutto una menzogna; ma, colpito dall’accento di verita’ del suo sevo, non ordino’ di decapitarlo, come avevafatto con i palafrenieri, e lo fece imprigionare.
Per 14 giorni, lo faceva venire dinanzi a se’ e lo interrogava, e lo scudiero raccontava sempre la stessa storia di re Artu’; il vescovo non voleva umiliarsi e riconoscere le sue colpe, e mandava sempre gente sull’Etna a cercare il suo cavallo, e la gente non tornava piu’.
Così si ando’ avanti per 14 giorni; all’alba del 15° giorno il vescovo, esasperato, si fece venire davanti l’intrepido scudiero.<<Tu sei uno stregone>> lo investì ,<<tu ti sei divertito a fare scomparire non solo il mio cavallo, ma anche i miei cavalieri e le mie guardie.
E io ti daro’ ora il premio che si conviene agli stregoni come te: non la forca o la decapitazione, ma il rogo.
Orsu’, guardie, prendetelo e bruciatelo vivo!>>.
Nel dir così si alzo in piedi, ma strabuzzo’ gli occhi, diede una giravolta, e cadde morto stecchito.
La profezia di re Artu’ si era avverata, e il crudele vescovo aveva terminato per sempre di tormentare i catanesi.
Ed anche sul feroce imperatore Enrico VI di Svevia si abbatteva inesorabile la vendetta divina, perche’ moriva appena trentaduenne a Messina, il 25 settembre 1197, ed e’ sepolto nel duomo di Palermo, assieme alla consorte Costanza d’Altavilla e al grande figlio Federico II di Svevia.

 

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